In movimento (sostenibile) verso il futuro

Data di pubblicazione: 21 MAG 2012

Favorire gli spostamenti dei dipendenti riduce il tempo perso e lo stress, a vantaggio anche dell'azienda.

di Francesca Biraghi

La battaglia per una mobilità sostenibile sembra aver raggiunto un punto di stallo negli ultimi anni. La figura del Mobility Manager non ha trovato la diffusione sperata all’interno delle aziende e come conseguenza le iniziative destinate a razionalizzare gli spostamenti casa-lavoro sono tornate a essere relativamente poche e spesso mal coordinate. Vito Roberto Palmiotti, Administrative Service Manager di 3M Italia, partendo dall’esperienza della sua azienda, ci aiuta a fare il punto della situazione attuale e ci spiega perché il Mobility Management resta comunque un passaggio obbligato verso il futuro.
Quali sono le principali iniziative dedicate alla mobilità sostenibile attuate da 3M?
Nella nostra azienda abbiamo maturato una lunga esperienza nel campo del Mobility Management, avendo iniziato a occuparci di questa materia già nel 2003. Tra le iniziative attive in questo momento una delle più apprezzate dai nostri dipendenti è quella delle navette aziendali che collegano la nostra sede e la stazione ferroviaria più vicina. Non è una soluzione nuova per noi, l’avevamo già messa in atto nella vecchia sede situata nella frazione di San Felice. In quel caso però si trattava di un’iniziativa interaziendale che aveva coinvolto altre quattro imprese presenti sul territorio e che prevedeva una condivisione dei costi e del parco navette. Ora invece si tratta di un’iniziativa privata di 3M, speriamo però di riuscire in futuro a replicare gli accordi raggiunti in passato con altre aziende. Il fatto che le navette siano destinate solo ai dipendenti e che non siano mezzi di trasporto pubblici, ci consente logicamente di avere una maggiore flessibilità e di adattare perfettamente il servizio alle esigenze della nostra forza lavoro.
Abbiamo anche lanciato un programma di car pooling molto articolato. Prevede diversi benefici per chi mette a disposizione la sua vettura per gli spostamenti di gruppo dei dipendenti, tra cui un posto auto riservato nel parcheggio aziendale e il tagliando gratuito per chi totalizza circa 200 corse “di gruppo” nel corso dell’anno. Il costo del tagliando, stabilito in un massimo di 300 euro, è interamente a carico di 3M. Per organizzare al meglio l’iniziativa stiamo implementando anche un software gestionale che incrocerà nella maniera più efficiente possibile i dipendenti che offrono questo servizio con chi invece lo richiede.
Credo che prevedere incentivi per i dipendenti che mettono a disposizione la loro auto per questa iniziativa sia non solo utile per la buona riuscita del progetto, ma anche dovuto, dato che queste persone aiutano i loro colleghi a raggiungere l’ufficio e quindi offrono un servizio all’azienda.
E per quanto riguarda gli spostamenti con i servizi pubblici?
Un’iniziativa recente in questo senso è il Pass Mobility, un prodotto offerto dal nostro fornitore di servizi di Facility Management che consente ai nostri dipendenti di acquistare abbonamenti annuali per i servizi pubblici a prezzi scontati. L’azienda contribuisce in diversi modi: partecipa con 40 euro all’acquisto di ogni abbonamento, lo paga in anticipo, lo consegna al dipendente direttamente in azienda e gli dà la possibilità di dilazionare il pagamento nel corso di tutto l’anno con trattenuta in busta paga. In questo modo, oltre alle facilitazioni economiche, il dipendente ha anche la comodità di non dover perdere tempo per andare ad acquistare l’abbonamento: è sufficiente che compili un questionario fornito da noi.
Qual è l’iniziativa più importante secondo lei tra quelle elencate?
Sicuramente la navetta aziendale, ma è fondamentale comprendere una cosa: nessuna di queste o di altre iniziative da sole possono risolvere i problemi di mobilità di un’azienda e aggiungerei della Mobilità Sostenibile in generale. Il Mobility Management deve essere un insieme coordinato di molteplici iniziative, ognuna delle quali contribuisce con un piccolo tassello a un quadro ben più ampio e articolato che, possibilmente, dovrebbe coinvolgere le altre aziende e gli enti presenti sul territorio.
Organizzare un servizio di navette e basta è ben lontano dall’essere un piano di mobility.
Ed è anche importante concepire il problema degli spostamenti in maniera molto più ampia di come siamo naturalmente portati a fare.
In che senso?
Fare mobilità sostenibile non significa solo pensare a portare il dipendente da casa all’ufficio. Vuol dire, piuttosto, ridurre al minimo i suoi spostamenti, il tempo perso e lo stress. Ognuno di noi ha una vita che cerca di incastrare con gli orari di lavoro e questi fattori vanno anch’essi tenuti in gran conto nel redigere un piano di sostenibilità. Quanti di noi, ad esempio, fanno la spesa tornando dal lavoro? Chi ha questa necessità, comunissima, dovrà deviare dal percorso diretto casa-lavoro e quindi si troverà costretto a utilizzare la propria autovettura personale piuttosto che usufruire del servizio navetta. In 3M abbiamo previsto la possibilità di effettuare la spesa online, con servizio di consegna direttamente in ufficio a carico dell’azienda. Il dipendente potrà così continuare a usare la navetta senza alcun problema e senza bisogno di muovere la sua auto dal garage.
Seguendo questa stessa impostazione, abbiamo approntato servizi di lavanderia a prezzi agevolati, di ambulatorio medico, ecc. Tutto per ridurre al minimo la necessità di deviare dal percorso casa-lavoro per compiere delle commissioni. Non a caso, questi servizi “accessori” sono tutti molto utilizzati e apprezzati.



Qualche iniziativa diretta a fasce particolari di dipendenti?
Per chi non ha un’autovettura, o non può utilizzarla in maniera regolare, avevamo lanciato un servizio di car sharing grazie a una convenzione con una società specializzata. Il costo dell’iscrizione era interamente a carico del dipendente, ma a tariffe scontate valide anche durante il fine settimana. L’utilizzo di questo servizio è stato scarso, anche perché il car sharing di fatto copre solo il territorio cittadino: chi proviene da fuori Milano dovrebbe comunque mettere in conto un lungo spostamento con i mezzi pubblici per andare a ritirare l’autovettura e per poi tornare a casa una volta riconsegnata e quindi la soluzione non è di alcuna convenienza. 
Abbiamo anche degli spogliatoi dedicati esclusivamente ai dipendenti che desiderano svolgere attività sportive nel vicino Parco della Besozza di Pioltello evitando così di prendere l’auto per recarsi in palestra o in altri centri sportivi. Gli spogliatoi sono molto utilizzati nella pausa pranzo. Con gli spogliatoi 3M ha messo a disposizione anche 20 biciclette.
Quanto è importante la fase di analisi delle esigenze dei dipendenti per la progettazione di queste iniziative?
È bene chiarire subito un punto: non si può parlare di vero Mobility Management se non viene approntato un piano di spostamento casa-lavoro. Quest’ultimo è il fondamento di tutta la disciplina ed è previsto anche nel decreto Ronchi come requisito necessario per ogni azienda, oltre ad essere stato una conditio sine qua non per ottenere eventuali contributi da parte della Provincia di Milano.
Il piano di spostamento casa lavoro viene realizzato analizzando le risposte date dai dipendenti a un questionario che mira a disegnare i percorsi seguiti per raggiungere la sede di lavoro, a sondare la disponibilità a utilizzare navette e mezzi pubblici, ad analizzare esigenze specifiche legate alla mobilità, ecc. Di solito viene aggiornato una volta all’anno e anche, chiaramente, ogni qual volta viene effettuato un trasferimento di sede. In quest’ultimo caso, in particolare, non effettuare preventivamente l’analisi delle esigenze dei dipendenti e le caratteristiche legate alla mobilità della nuova sede è davvero poco professionale e fonte in futuro di sicuri problemi e di malumore da parte del personale.
Nel questionario c’è una domanda interessante e che deve far riflettere: “in quanti incidenti stradali sei stato coinvolto negli ultimi 5 anni lungo il percorso casa-lavoro?” La percentuale di risposte positive è sorprendente. Chiaramente non stiamo parlando di incidenti gravi, ma anche di tamponamenti e di episodi in cui non c’è alcun danno alle persone. Sono però tutti eventi che in qualche modo finiscono per recare un danno anche all’azienda in termini di ore di lavoro perse, giorni di malattia, stress accumulato da parte dei dipendenti, conseguente calo della produttività, ecc. Attenzione che gli incidenti stradali subiti nel percorso casa/lavoro vanno a pesare sulle statistiche degli infortuni sul lavoro.
Il Mobility Management è la risposta migliore per abbattere questo tipo di costi.
Il decreto Ronchi da lei citato ha ormai quasi 15 anni. Cosa è cambiato in questo periodo? Il Mobility Manager è riuscito a ritagliarsi un posto in azienda?
Non quello che merita. Il grande problema del decreto Ronchi è che, pur affermando che ogni azienda con più di 300 dipendenti deve avere un Mobility Manager, di fatto non lo rende davvero obbligatorio dato che non prevede alcuna sanzione per i trasgressori. Quella di dotarsi di un Mobility Manager perciò è una scelta che rimane confinata alle aziende più “illuminate”, se così si può dire, ovvero quelle che danno particolare importanza al benessere dei propri dipendenti e che comprendono quanto il Mobility Management possa portare importanti vantaggi all’azienda in termini di produttività.
C’è da dire comunque che nell’ultimo anno si è notato un aumento nel numero dei Mobility Manager, un effetto diretto dei tanti trasferimenti di sede aziendale registrati nello stesso periodo. Resta però una figura troppo spesso ignorata dalle aziende.
Per quale motivo secondo lei?
Il problema principale è dato dalla difficoltà di quantificare in maniera tangibile e immediata il ritorno dell’investimento sulla materia del mobility. Questa è una disciplina che richiede di seminare per modificare la cultura e le abitudini pratiche delle persone, un processo che richiede tempo e che quindi ha un impatto poco visibile sul fatturato. La crisi di questi anni poi ha reso le aziende molto prudenti e poco disposte sia a considerare orizzonti temporali ampi che ad aprirsi all’innovazione.
I contributi della Provincia in passato sono stati un incentivo davvero efficace, perché davano dei vantaggi immediatamente evidenti alle aziende, ma non è certo una soluzione che può continuare all’infinito. Prima o poi le organizzazioni devono proseguire da sole lungo la strada del Mobility Management e questo aspetto finora è mancato. Va detto che, da parte loro, anche gli enti territoriali avrebbero potuto fare qualcosa in più per mantenere vive le iniziative da loro stesse lanciate e adottate dalle aziende.
Cosa si può fare per ridare forza alla materia della mobilità sostenibile?
Un primo passo è fare in modo che enti territoriali e aziende dialoghino in maniera più serrata e si coordinino maggiormente. Intermobility, l’associazione che riunisce i Mobility Manager italiani, per un po’ è riuscita in questo intento e i risultati positivi sono stati evidenti. Purtroppo anche qui è mancata la continuità.
Che rapporto esiste tra la figura del Mobility Manager e quella del Facility Manager?
Spesso sono la stessa persona e credo sia giusto così, dato che un buon Facility Manager dovrebbe avere nelle sue corde anche la capacità di essere un Mobility Manager. Malgrado quanto di negativo notato finora, è evidente che il futuro porterà in primo piano il tema della mobilità sostenibile, rendendola un passaggio imprescindibile per ogni azienda. Traffico e inquinamento continueranno a crescere e presto o tardi non si potrà più voltare la testa dall’altra parte. In più, per ciò che riguarda la realtà milanese, l’Expo 2015 è destinato a portare problematiche estremamente complesse di viabilità che non potranno certo essere risolte con un approccio mirato esclusivamente agli ospiti senza considerare che contemporaneamente al flusso dei visitatori gli spostamenti casa/lavoro dei milanesi resteranno invariati. A questo proposito sarebbero molte le proposte da fare se ci fosse qualcuno in grado ascoltare la voce dei Mobility Managers aziendali.
Tutto questo per dire che chi oggi non dà peso alla materia del Mobility Management in realtà sta solo ritardando un confronto comunque inevitabile. E chi in questi anni ha già affrontato la materia, come 3M, sarà sicuramente avvantaggiata da questo punto di vista.
Quali altre misure, oltre a quelle già citate finora, possono entrare a fare parte di un piano di mobilità davvero incisivo e capace di dare sollievo a realtà dal traffico molto congestionato, come è ad esempio quello delle metropoli?
Un orario di lavoro veramente flessibile può avere dei buoni effetti, perché toglie ai lavoratori l’obbligo di mettersi in viaggio proprio negli orari di punta. Anche un uso intelligente del telelavoro può aver un buon effetto. Non sto parlando necessariamente del far lavorare i dipendenti solo da casa, ma di concedere questa possibilità in certe occasioni. Se una persona deve, ad esempio, lavorare a una presentazione, ha bisogno solo di un computer, non c’è alcuna necessità di costringerlo ad andare in ufficio che magari si trova a 30 km da casa e quel giorno nevica pure. Un telelavoro flessibile è perciò quello che permette al dipendente di recarsi in sede solo se ha effettiva necessità di sfruttarne le risorse.
Però, ripeto, questi sono solo strumenti e non soluzioni. Un vero piano di mobilità è quello che coordina diversi strumenti in modo efficiente e ben progettato. Solo un intervento articolato di questo tipo può davvero avere un impatto sul traffico cittadino, sul benessere dei dipendenti e sulla produttività dell’azienda. Come è evidente si tratta quindi di una materia molto complessa che necessita di una formazione ad hoc per essere affrontata con successo.
Questo è il vero Mobility Management.
Che ruolo possono giocare le società di FM?
Potrebbero iniziare ad arricchire la loro offerta con un’autentica linea di servizio dedicata al Mobility che includa la gestione di un piano di spostamento casa-lavoro e la presentazione di un progetto in cui siano ben segnalati costi e ritorni economici per l’azienda. Ciò vuol dire che anche le società di FM dovrebbero dotarsi di un Mobility Manager, l’unico in grado di studiare e coordinare un servizio con queste caratteristiche. Attenzione però che non è un ruolo che ci si inventa da un giorno all’altro da assegnare magari a qualcuno ormai “scarico”. La mancanza di professionalità, in questo caso come in altri, è davvero controproducente.